venerdì 13 marzo 2026

democrazia a sinistra

C’è una verità che continua a emergere in modo sempre più evidente: una parte della sinistra italiana, e più in generale occidentale, non ha ancora raggiunto una piena maturità democratica. Continua a presentarsi come baluardo della Costituzione e difensore delle istituzioni, ma ogni volta che perde il potere reagisce non come una forza politica adulta, bensì come chi percepisce la sconfitta non come un risultato elettorale, ma come un’ingiustizia, quasi un furto morale. Lo schema è ripetitivo. Quando il centrosinistra vince, è una vittoria della civiltà. Quando vince il centrodestra, è un pericolo per la democrazia. Si invoca l’allarme istituzionale, si parla di rischi autoritari, si costruisce un racconto emergenziale. Come se il diritto a governare valesse solo per una parte del campo politico. Questo atteggiamento tradisce un limite culturale preciso: l’incapacità di accettare che la democrazia non è solo diritto a partecipare, ma anche dovere di riconoscere la legittimità del programma politico dell’avversario, anche quando non piace. La Costituzione non garantisce il diritto alla vittoria permanente di un fronte ideologico. Garantisce che chi ottiene il consenso popolare possa applicare il proprio programma nei limiti del quadro repubblicano. Questo significa che una forza conservatrice, liberale, nazional-populista o identitaria ha lo stesso diritto di governare di una forza progressista. Non esiste un programma politico “moralmente superiore” che debba essere protetto a prescindere. Esiste un popolo sovrano che decide. E se decide qualcosa che non rientra nella visione della sinistra, questo non rende la scelta automaticamente irrazionale o pericolosa. Il problema non è solo italiano. In Europa, ogni volta che un governo conservatore o sovranista vince democraticamente le elezioni, parte la narrazione della deriva autoritaria. È accaduto con Orban in Ungheria, con Meloni in Italia, con Le Pen ogni volta che supera una certa soglia nei sondaggi francesi. La diagnosi è sempre la stessa: la vittoria dell’altro diventa una minaccia sistemica, non un’alternanza politica. Come se il pluralismo istituzionale fosse accettabile solo entro un recinto ideologico rigidamente definito da una parte. Negli Stati Uniti, la vittoria di Trump nel 2016 è stata considerata illegittima ancor prima di essere analizzata. Milioni di elettori sono stati descritti come ignoranti, manipolati, emotivamente instabili, incapaci di comprendere la realtà. Non si è messa in discussione la propria incapacità di convincere, ma si è messa in discussione la legittimità di chi votava dall’altra parte. È l’esatto contrario dell’atteggiamento democratico. Il nodo centrale è questo: la sinistra accetta l’esistenza dell’avversario finché resta opposizione. Ma entra in crisi quando l’avversario vince e pretende di governare applicando il proprio programma. È qui che emerge la tentazione di negargli il diritto morale a governare, pur riconoscendogli formalmente quello legale. Ma una democrazia sana non funziona su base morale. Funziona sul rispetto della volontà popolare e del principio di alternanza. La maturità democratica consiste nell’accettare che il popolo può scegliere strade diverse da quelle proposte dalla sinistra. Che può preferire un modello più identitario, più securitario, più legato a radici tradizionali o nazionali. Che può chiedere un contenimento dell’immigrazione, una difesa di valori sociali differenti, una posizione geopolitica più pragmatica. Nulla di tutto questo è automaticamente antidemocratico. Lo diventa solo se viene imposto fuori dal quadro costituzionale o con strumenti autoritari. Ma finché rientra nel mandato elettorale, è espressione della volontà popolare. Il vero test democratico non è vincere. È rispettare chi vince quando non sei tu. Significa dire: abbiamo perso, faremo opposizione, lavoreremo per convincere di più la prossima volta. Non significa gridare al golpe perché il Paese non ha votato come volevamo. Una sinistra che si proclama difensore supremo delle istituzioni ma poi mette in discussione la legittimità del voto quando non la favorisce non difende la democrazia: la condiziona. Una sinistra che accetta solo la democrazia in cui vince non è democratica: è selettiva nella sua idea di legittimità popolare. Una sinistra davvero adulta sarà quella capace di dire: anche quando governa chi non condividiamo, la Costituzione garantisce a tutti il diritto di realizzare il proprio mandato politico nel rispetto delle regole. Finché questo passaggio non verrà accettato fino in fondo, continuerà a esserci uno scollamento tra la retorica della difesa democratica e la realtà di una cultura politica che fatica ad accettare la sconfitta. E se hai paura che il popolo possa scegliere un’altra visione, il problema non è il popolo. È che hai smesso di credere davvero nella democrazia.

giovedì 12 marzo 2026

asocial

Che io ci sia, risponda, non mi fa più vivo, mi fa solo più social: esisto ancora seppure in modo diverso e quando non ci sarò più, se la scrittura è ancora fruibile, qualcosa di me sarà restato. Con o senza interloquio la mia esistenza avrà un senso nonostante tutto. Io ci credo fermamente, è il motivo per cui al tramonto della mia vita sto lasciando visibili tutti i miei testi su TUTTI i miei blog: questa risposta vale per chiunque passi da qui e legga. Se in questi anni a seguito dei miei post ci fosse stato un vero interloquio, commenti che mi avessero dato l’opportunità di sviluppare un discorso più ampio centrato sullo scritto allora sarei rimasto, avrei avuto uno stimolo in più. Ma così il discorso è da ritenersi chiuso.