Una certa narrazione, oggi molto diffusa, tende a presentare la Resistenza come un fenomeno quasi esclusivamente comunista, e il comunismo come il soggetto che avrebbe restituito libertà e democrazia al Paese. In questo racconto compaiono spesso figure simboliche, come Sandro Pertini, e frasi celebri sul fatto che la libertà di parola esisterebbe “grazie a chi ha combattuto”.
Il problema non è il riconoscimento del valore della Resistenza, ma la semplificazione storica.
I comunisti non furono la maggioranza dei partigiani, e i partigiani stessi rappresentarono una minoranza della popolazione italiana. Soprattutto, è un fatto storico che il Partito Comunista Italiano, fino almeno alla metà degli anni Cinquanta, non avesse come obiettivo la democrazia liberale, ma l’instaurazione della cosiddetta “dittatura del proletariato”, in piena coerenza con il modello sovietico.
La trasformazione dell’Italia in una democrazia costituzionale non avvenne grazie a un progetto comunista, ma all’interno di un contesto internazionale preciso, segnato dall’intervento e dall’influenza degli Stati Uniti e dall’inserimento dell’Italia nel campo occidentale. È questo equilibrio che ha reso possibile una Costituzione democratica, pluralista e garantista.
Riconoscere questi elementi non significa delegittimare la Resistenza, ma sottrarla all’uso strumentale. Significa ricordare che la democrazia italiana non nasce da un’ideologia totalitaria , ma da un compromesso storico reso possibile dal contesto internazionale e dal rifiuto di ogni forma di dittatura, di destra come di sinistra.
Fare memoria storica non vuol dire cantare slogan. Vuol dire distinguere, capire e non trasformare la storia in mito.
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Negli anni su questa finestra è apparso di tutto, dalle sciocchezze più incredibili agli insulti gratuiti alle riflessioni importanti. Pare assurdo ma chi scrive qui sa che la scrittura resta, buona o cattiva che sia, così resta anche la sua impronta memorabile o molto meno. La scrittura resta. Sempre.