venerdì 10 aprile 2026

In senato giorno 9 aprile 2026

Ieri ho seguito gran parte degli interventi in Senato, e ho notato diverse cose significative. 
La prima è il disprezzo misogino – mai stigmatizzato dalla sinistra – con cui Giuseppe Conte si rivolge a Giorgia Meloni , chiamandola costantemente e ostentatamente “signora”, e praticamente mai “onorevole”. Un dettaglio lessicale che, a mio avviso, dice molto più di molte analisi. 
La seconda riguarda il modo di esprimersi di Angelo Bonelli. Ma ciò che trovo ancora più sorprendente – e su cui credo valga la pena soffermarsi – è la straordinaria, quasi commovente convinzione che sia Conte che Bonelli (e in parte anche Schlein) hanno della propria abilità e brillantezza. O meglio: Ellyesse, credo, voglia disperatamente dare l’impressione di credere in sé stessa, ma è abbastanza evidente che abbia una certa consapevolezza della propria inadeguatezza, che cerca di mascherare in mille modi. Conte e Bonelli, invece, sembrano davvero certi di essere oratori brillanti. Nel caso di Conte, addirittura, sembra talvolta vedersi come una sorta di reincarnazione di Winston Churchill. E qui sta il paradosso. Proprio questa sicurezza smisurata li rende perfetti esempi di un fenomeno che conosciamo bene online: l’uomo medio che, incapace di comprendere il senso di due righe di testo, si mette ugualmente a parlare di fermioni e materia oscura. Non c’è autocritica, non c’è dubbio, non c’è la minima consapevolezza dei propri limiti. C’è solo la sicurezza arrogante di chi crede che la propria opinione, per il solo fatto di essere espressa con enfasi, equivalga a un’argomentazione. E questo, credo, sia un problema enorme. Lo è per l’“uomo medio online”, certo, perché lo imprigiona in una bolla di autocompiacimento. Ma lo è ancora di più per personaggi come Conte e Bonelli, che siedono in Parlamento, influenzano il dibattito pubblico e pretendono di guidare l’opposizione. Perché quando la politica viene affidata a chi non sa di non sapere, il rischio non è solo il ridicolo. È la deriva verso una democrazia dell’apparenza, dove la brillantezza simulata sostituisce la competenza reale.

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